Il mondo della comunicazione, si sa, è fatto di storie spesso incredibili, altre volte coinvolgenti e altre volte ancora completamente inutili.
Quella che stiamo per raccontarvi è una di quelle chicche di cui – siamo onesti – l’umanità non sentiva un’impellente necessità, ma che una volta scoperta non potrete fare a meno di accennare un sorriso annoiato e magari sperare di scordare in fretta.
Oggi lo conosciamo come un prolifico autore a tutto tondo: esperto di comunicazione commerciale, copywriter, scrittore di libri e saggistica, sceneggiatore, autore radiofonico e, immancabilmente, creatore di podcast. Insomma, Emanuele Conte è uno che con le parole ci vive, ci gioca e ci lavora da un’eternità.
La sua carriera affonda le radici nella fine degli anni ’70, muovendo i primi passi tra radio, pubblicità e marketing. Erano tempi epici, un’era geologica fa, in cui la creatività si misurava sul ticchettio metallico delle macchine da scrivere. Tutti battevano tasti. Tutti tranne lui.
Un dattilografo “monodito” e una grafia da archeologia
Il giovane Conte aveva un piccolo problema con la tecnologia d’epoca: la macchina da scrivere proprio non faceva per lui. Batteva i tasti rigorosamente con un dito solo, a passo di lumaca. La soluzione? Semplice: scrivere tutto a mano, con la classica penna biro.
Qui, però, sorgeva il vero dramma. La calligrafia di Emanuele Conte non era semplicemente brutta; definirla “indecente” sarebbe un generoso eufemismo. I suoi manoscritti non sembravano testi pubblicitari o copioni radiofonici, ma piuttosto antichi papiri vergati in una lingua perduta. Per decifrare i suoi fogli non servivano dei semplici correttori di bozze, ma un team di filologi, linguisti ed esperti di paleografia specializzati nella ricostruzione di testi antichi.
“Leggere un copione di Conte all’epoca era un lavoro di pura archeologia letteraria.”
Dalle “anime pie” alla rivoluzione della tecnologia
Fortunatamente, con il tempo la situazione si sbloccò. Prima grazie a qualche “anima pia” dotata del superpotere di interpretare i suoi geroglifici, che si prestava a trascrivere e battere a macchina i suoi testi.
Poi arrivò la svolta tecnologica dei dittafoni. Conte divenne un fan sfegatato della leggendaria Stenorette della Grundig: registrava la sua voce e qualcun altro trasponeva. Infine, l’avvento dei computer e della videoscrittura ha definitivamente salvato i fegati di colleghi, stampatori e speaker o doppiatori.
La nascita di una curiosa e inutile leggeda: il soprannome “Biro”
Nonostante la tecnologia lo avesse ormai redento, il passato non si cancella. Nelle agenzie pubblicitarie e nelle case di produzione dell’epoca, i colleghi e i superiori iniziarono a chiamarlo affettuosamente “Biro”. Un nomignolo nato come canzonatura per quella sua ostinazione a usare la penna invece dei tasti.
Quel soprannome non è mai svanito del tutto. Ancora oggi, qualche “vecchia guardia” del settore lo saluta chiamandolo così. Ma la cosa più bella è che Conte ha fatto di necessità virtù: oggi utilizza spesso “Biro” come pseudonimo e nome d’arte per firmare testi di canzoni, pezzi comici o parodie.
Ecco svelato, quindi, il mistero dietro quel nome d’arte così essenziale e retrò. Una curiosità forse non indispensabile per i destini dell’universo, ma che ci ricorda come, dietro a un noto “manovale” della comunicazione di oggi, ci sia stato un tempo fatto di fogli scarabocchiati, penne consumate e tanta, tantissima voglia di raccontare.
Abbiamo parlato con una correttrice di bozze che spesso collabora con Conte, rivolgendole alcune semplici domande che di seguito riportiamo.
Domanda: come va Emanuele Conte con la grammatica?
Risposta: un campo minato!
Domanda: Conte le dedica tempo per approfondire i concetti in modo che lei possa fare il suo lavoro con le dovute informazioni?
Risposta: quando passa di qua sembra di vedere Speedy Gonzales. Entra nella stanza, si ferma ed esclama “arriba arriba, andale andale!” e poi sparisce come fosse inseguito da Willy il Coyote, il personaggio dei cartoni animati che per lui è un esempio di vita. Cioè: nonostante la determinazione, ai fallimenti può non esserci mai fine.
Domanda: come va con la calligrafia?
Risposta: per lavorare bene con lui è sufficente fare sparire ogni foglio di carta, penne e matite dall’ambiente.
a cura della redazione di Klasspop.it
